sabato 26 gennaio 2008

Buzzurri alla ribalta (pagati con le nostre tasse)


Sputi, insulti, bottiglie di spumante stappate in aula e mortadella mangiata tra i banchi, accuse di ogni tipo.
Questi sono i politici che probabilmente andranno al Governo tra poco. Che tristezza...

giovedì 17 gennaio 2008

lunedì 7 gennaio 2008

Dal New York Times importanti notizie su Stati Uniti, Cia e inchiesta sull'11/9


[from "Looking at America"]"...These are not the only shocking abuses of President Bush’s two terms in office, made in the name of fighting terrorism. There is much more — so much that the next president will have a full agenda simply discovering all the wrongs that have been done and then righting them.

We can only hope that this time, unlike 2004, American voters will have the wisdom to grant the awesome powers of the presidency to someone who has the integrity, principle and decency to use them honorably. Then when we look in the mirror as a nation, we will see, once again, the reflection of the United States of America..."

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI:

C.I.A. Destroyed 2 Tapes Showing Interrogations


Stonewalled by the C.I.A


Looking at America

sabato 5 gennaio 2008

La mia spesa per la pace (fico!)

www.lamiaspesaperlapace.it


A più di 4 anni di distanza, la guerra in Iraq continua; ora ci sarà il lento cammino verso la normalizzazione, la ricostruzione e la democrazia … così ci dicono.
Questa guerra non l’abbiamo fermata.
Nonostante le mille manifestazioni e i milioni di bandiere della Pace che hanno sventolato dai nostri balconi, non siamo riusciti a far prevalere le ragioni della vita ed il Diritto Internazionale.
Siamo convinti di una cosa però: che chi ha avuto interessi in questa guerra, che ci ha guadagnato e ci guadagnerà non avrà più il nostro supporto economico. Perché se le guerre si fanno per motivi economici, per conquistare nuove immense fonti di risorse naturali o nuovi mercati per continuare a fare affari, allora noi lanceremo un messaggio forte e chiaro: “I vostri prodotti sono ottenuti anche favorendo una politica che crede nell'idea di "guerra preventiva" Noi non ci stiamo”.
Ecco perché, aderendo alla campagna nazionale promossa dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo, proponiamo ai cittadini di:
1. eliminare dalla spesa alcuni prodotti di multinazionali che hanno avuto un ruolo determinante nella campagna elettorale e/o rifornito gli eserciti delle Amministrazioni dei paesi che stanno adottando politiche di guerra;
2. aumentare i consumi di prodotti del Commercio Equo e Solidale.
Il nostro è un messaggio di Pace Preventiva, per scongiurare che altri conflitti vengano innescati nel mondo nel nome della sicurezza e della libertà.
Il nostro è un messaggio che chiede a chi detiene la maggior parte della ricchezza di adottare comportamenti più etici in tutto il processo produttivo, compreso lo scaffale del grande centro commerciale in cui andiamo a fare la spesa: noi, i consumatori, abbiamo un grande potere ogni volta che acquistiamo un prodotto piuttosto di un altro.
E se facciamo sapere le motivazioni che ci portano a determinate scelte, allora dovranno ascoltarci … e cambiare.
Vogliamo “far girare un’economia” sana, nei principi e nel pieno rispetto della dignità umana, un’economia che non getti le basi della disuguaglianza, dello sfruttamento e dell’ingiustizia che poi portano inevitabilmente a tensioni che si vuol fare credere che possano essere risolte solo con le guerre.

mercoledì 2 gennaio 2008

Cospirazioni



I trucchi dei potenti per legittimare azioni nefaste di potere sono vecchi come il mondo...



tratto da 30 giorni (mensile internazionale diretto da Giulio Andreotti), L’incendio di Roma e la prima persecuzione di Nerone - «Non risparmiò né Roma né il popolo» - L’incendio del luglio 64 da parte di Nerone e la conseguente persecuzione dei cristiani, di Marta Sordi
Fatta eccezione per Tacito (Annales XV, 38), che accanto alla versione dell’incendio provocato dolosamente da Nerone (dolo principis) conosce anche la versione di coloro che attribuivano al caso (forte) l’incendio stesso, tutte le fonti antiche lo attribuiscono con certezza a Nerone, dal contemporaneo Plinio il Vecchio, che è probabilmente alla base della tradizione successiva (Naturalis historia XVII, 1, 5), all’autore senechiano dell’Octavia, a Svetonio (Nero, 38), a Dione (LXII, 16, 18). Scoppiato il 19 luglio del 64, l’incendio durò, secondo Svetonio, sei giorni e sette notti, ma riprese subito, partendo dalle proprietà di Tigellino e alimentando così i sospetti contro l’imperatore, e si protrasse ancora per tre giorni, come risulta da un’iscrizione (CIL VI, 1, 829, che dà la durata di nove giorni).
I moderni tendono ormai a negare la responsabilità diretta di Nerone nell’incendio: tutte le fonti però sono d’accordo nel dire che furono viste persone che attizzavano l’incendio una volta che questo era iniziato. Per i colpevolisti essi agivano iussu principis, «per ordine dell’imperatore», per gli innocentisti, secondo i quali l’incendio era scoppiato per negligenza, per autocombustione, per il caldo estivo, per il vento, essi agivano «per poter esercitare più liberamente le loro rapine». Per Svetonio e per Dione, però, costoro erano cubicularii [camerieri] dell’imperatore e addirittura soldati, e la loro presenza poteva autorizzare i peggiori sospetti. Dal confronto fra Tacito e Svetonio risulta d’altra parte che misure precauzionali e interventi di soccorso furono interpretati come prove della colpevolezza di Nerone: in particolare l’abbattimento operato dai soldati col fuoco di edifici vicini a quella che sarà poi la Domus aurea e il divieto ai legittimi proprietari di avvicinarsi alle loro case per salvare il salvabile e per recuperare i morti, alimentarono molti sospetti. A tali sospetti contribuì anche l’attribuzione all’imperatore di un movente preciso: non tanto quello accettato come sicuro da Svetonio e da Dione, ma non da Tacito, del desiderio di veder perire Roma sotto il suo regno, come Priamo aveva visto perire Troia (desiderio coronato dal famoso canto), ma anche e soprattutto il disprezzo per la vecchia Roma, con le sue strade strette e i suoi vecchi edifici, e la volontà di cimentarsi in una grande impresa urbanistica, diventando il nuovo fondatore di Roma.
Tacito è il solo, fra le nostre fonti, a dire che Nerone, per far tacere le voci che lo accusavano dell’incendio, inventò la falsa accusa contro i cristiani (Annales XV, 44): la notizia viene a lui, certamente, dalla fonte colpevolista (per la fonte innocentista non c’erano colpevoli dell’incendio, scoppiato per caso), quindi, con ogni probabilità, da Plinio. Per Plinio, come per Tacito, i cristiani erano innocenti dell’incendio di Roma e il supplizio loro inflitto destava pietà, anche se i cristiani, incolpevoli dell’incendio, erano certamente colpevoli, per la nostra fonte, di una exitiabilis superstitio [funesto culto]. La testimonianza di Tacito, chiaramente ostile ai cristiani per la loro superstitio, ma convinto della loro innocenza nell’incendio, mostra l’infondatezza dell’ipotesi di coloro, fra i moderni, che accusano i cristiani di avere incendiato Roma per la loro fede nella imminente parusìa [ritorno di Cristo sulla terra].


tratto da UTET - Grande Dizionario Enciclopedico 1989, alla voce nazionalsocialismo

...nella Germania di quei giorni (ndr. 1933), com'era avvenuto nell'italia del 1922, molti esponenti della borghesia, ma anche molti socialdemocratici e comunisti (rispettivamente,l a seconda e la terza forza politica del paese) sottovalutarono il rischio insito nell'avvento al potere del nazionalsocialismo. D'altro canto va tenuto presente che la posizione di Hitler era ancora sostanzialmente debole. Egli guidava un governo privo dell'appoggio della maggioranza parlamentare, che si reggeva grazie al sostegno del presidente della Repubblica, sostitutivo, in casi eccezionali, di quello del Reichstag, in base all'art.48 della costituzione di Weimar. La prima mossa del nuovo cancelliere fu di sciogliere l'assemblea legislativa e di indire nuove elezioni per consolidare le basi parlamentari del governo e sottrarlo alla tutela del presidente della repubblica. Allo scopo di diffondere nell'opinione pubblica moderata e piccolo-borghese il timore di un progetto politico insurrezionale comunista, Hitler fece incendiare da Göring, d'accordo col nazista Frick, ministro dell'interno, l'edificio del Reichstag: episodio esemplare squisitamente simbolico, che segna l'inizio del rapido processo di edificazione della dittatura. Il giorno successivo, il "decreto per la difesa del popolo e dello stato" ne costituiva la prima pietra fondamentale, autorizzando limitazioni alla libertà personale, di espressione, di stampa, di riunione e di associazione, di domicilio, al segreto epistolare, al diritto di proprietà. Il provvedimento ripristinava inoltre la pena di morte per alcuni reati, poneva fine, di fatto, all'autonomia dei Länder e legalizzava, favorendone l'estensione su scala nazionale, gli interventi repressivi e violenti delle SA, esercitati in modo particolare contro il partito comunista e i suoi giornali...

Per non dimenticare: a proposito di propaganda (nell'epoca del fascismo)















[tratto dalla mia tesi triennale di laurea - chi volesse leggerla non ha che da chiedere]

“Questa rivista nasce al momento giusto”
Queste sono le parole con cui iniziava il primo articolo de «La difesa della razza», diretta da Telesio Interlandi, già direttore del «Tevere». Possiamo comprendere il loro significato guardando alla situazione in cui si trovava l’Italia nel 1938, quando la politica fascista era ormai avviata lungo una china totalitaria dittatura tedesca ed la persecuzione contro gli ebrei aveva assunto caratteri di gravità estrema.
Il primo numero della rivista uscì il 5 agosto e sancì definitivamente quanto il «Manifesto del razzismo italiano» aveva sostenuto: il razzismo era una questione biologica. E' importante sottolineare come il direttore della rivista fosse molto vicino a Guido Landra, uno dei dieci studiosi che avevano elaborato il «Manifesto»; Telesio Interlandi, infatti, in un articolo di commento al documento uscito il giorno successivo, ribadiva quella impostazione sottolineando in maniera ancora più energica il nucleo antisemita del «Manifesto» e confermando che il problema ebraico doveva essere preso in esame biologicamente oltre che politicamente. Il primo numero testimonia dunque lo stretto legame esistente tra la nascita della rivista e le vicende del «Manifesto» razzista. Basta pensare che, oltre alla riproduzione dello stesso manifesto in apertura, il periodico ospitava gli articoli di ben otto degli «scienziati» firmatari, cinque dei quali formavano anche il comitato di redazione (Lidio Cipriani, Leone Franzì, Lino Businco, Guido Landra, Marcello Ricci).
Il più noto di questi era Lidio Cipriani (1892-1962), che già da diversi anni si era segnalato – come sappiamo - per le sue teorie sull'inferiorità mentale dei popoli africani, attribuiva a ben precise cause biologiche, trasmesse ereditariamente e quindi non modificabili. Segretario di redazione della rivista dal n. 4 (20 settembre 1938) e fedele collaboratore di Interlandi era Giorgio Almirante (1914-1988), convinto antisemita almeno fino al crepuscolo del regime di Salò.
«La difesa della razza» si propose dunque quell’obiettivo ed il nome della rivista è particolarmente significativo in tal senso, per non parlare delle immagini forti che trasmettevano continuamente messaggi tendenti ad esaltare la razza ariana al fine di conservarla «immune» da inquinamenti biologici.
Gli autori erano lungi dal concordare unanimemente sul significato della parola «razza». Ciò che invece li accomunava era l’idea che le diverse «razze umane», qualunque cosa esse fossero, andassero tenute rigorosamente separate le une dalle altre, per evitare ogni forma di ibridazione (ritenuta deleteria per la salute delle «razze superiori»). Era pertanto indispensabile riuscire a catalogare le razze, evidenziandone i rispettivi tratti distintivi, in modo da creare una sorta di scala gerarchica del genere umano (al cui vertice veniva collocata la suprema razza ariana, o ario-romana). L'impresa della classificazione, di per sé molto tortuosa, era ulteriormente complicata dalla necessità di piegare la teoria alle esigenze dettate dalla politica del momento; ciò costringeva gli autori della rivista a fare notevoli sforzi per dimostrare le presunte affinità biologiche e spirituali tra Italiani e Tedeschi (per non dire tra Italiani e Giapponesi) ed affermare, contemporaneamente, l'incompatibilità razziale tra Italiani e Francesi.
Non sorprende, dunque, che le definizioni di «razza» disseminate qua e là fossero spesso discordanti tra loro: partendo da conclusioni imposte di volta in volta dall’alto, gli scienziati si prefiggevano il compito di costruire ad hoc delle teorie calzanti; la linea editoriale della rivista oscillava inoltre da una teoria all’altra a seconda della fortuna politica goduta in ciascun momento dai vari teorici sempre in lotta tra loro per ottenere l’approvazione di Mussolini. In linea di massima, le correnti teoriche in lizza per conquistare lo statuto di «paradigma dominante», erano tre - corrispondenti ai tre orientamenti precedentemente descritti - anche se non mancavano sporadici tentativi di trovare una sintesi tra i diversi indirizzi.
Pur essendo unite dal proposito di dimostrare che la pura razza (o stirpe) italiana andasse salvaguardata dall’imbastardimento contaminante con le razze inferiori e andasse potenziata in senso eugenetico, le tre correnti divergevano radicalmente quanto alle spiegazioni addotte per giustificare tali obiettivi comuni. È interessante osservare d’altra parte come, quanto più ciascuna corrente si sforzava di trovare prove e argomentazioni a proprio sostegno, tanto più si invischiava in una rete di contraddizioni, di abbagli e di passi falsi che gli esponenti delle altre correnti non mancavano di segnalare. Ne derivava che, per ciascuna definizione di «razza» formulata nei vari articoli, si ritrovava una confutazione della medesima all’interno della stessa rivista.
Sfogliando le pagine della rivista si rimane sconcertati di fronte alla parata di stereotipi razzisti (ce n'è veramente per tutti: ebrei, africani, slavi, «bastardi» – nel senso di «meticci» - ma anche donne, malati di mente, handicappati e «asociali»), supportati da spiegazioni pseudo-antropologiche circa la presunta scientificità del concetto di «razza», e correlata all’idea che fosse possibile fissare una gerarchia delle «razze» e delle «sottorazze».
È difficile stabilire quanto fosse grande l’effettiva influenza de «La difesa della razza» sull’opinione pubblica. Un fascicolo conservato nell’Archivio di Stato di Roma (Ministero della Cultura Popolare) ci informa che la tiratura della rivista passò dalle 140-150.000 copie dei primi numeri alle 19-20.000 copie del periodo luglio-novembre 1940 (delle quali circa 9.000 distribuite come omaggi o per abbonamenti); questo dato suggerisce che – smaltito l’entusiasmo iniziale – «La difesa della razza» cadde un po’ nel dimenticatoio. Si sa, inoltre, che Giuseppe Bottai firmò una circolare ministeriale in cui ne sollecitava l’acquisto e la lettura in tutte le scuole del Regno: ma questi pochi dati sono insufficienti per stabilire se le tesi estremistiche della rivista suscitassero l’approvazione, l’indifferenza o la diffidenza dei lettori. Né si può fare eccessivo affidamento sull’autenticità delle lettere dei lettori (raccolte nella sezione «Questionario» all’interno di ciascun numero), dalle quali emergerebbe che spesso i destinatari della rivista erano ancora più zelanti dei redattori nel denunciare gli effetti del cosiddetto «imbastardimento della razza italiana». Resta comunque il fatto che «La difesa della razza» fu uno dei principali organi dell’antisemitismo e del razzismo fascista, le cui conseguenze sul piano pratico non tardarono a farsi avvertire: già nel novembre del 1938 vennero pubblicate le deliberazioni del Consiglio dei Ministri per escludere gli ebrei dalla vita pubblica e dalla scuola e per espellere gli ebrei stranieri dal territorio italiano.
Il primo numero conteneva gli articoli più significativi. Nel suo editoriale Telesio Interlandi enunciava gli intenti ideologici della nuova rivista: divulgare la dottrina del razzismo biologico, fondato sul valore del sangue (anche se viene fatta qualche concessione al «nazional-razzismo» che esalta il «genio» della razza), polemizzare con «le forze che si oppongono al razzismo italiano» (evidentemente identificate con l’ebraismo) e indicare come si potessero distruggere tali forze occulte.
Nel suo articolo intitolato «Razzismo» l’antropologo Lidio Cipriani esortava gli italiani ad aderire entusiasticamente al razzismo biologico per giungere finalmente a "utilizzare a scopi sociali quanto di meglio sappiamo sulle differenze innate delle razze umane" . Lungi dall’essere una dottrina astrattamente teorica, il razzismo postulato da Cipriani aveva dei risvolti pratici immediati.
L’articolo di Guido Landra, “La razza e le differenze razziali" , attribuiva poi le differenze dei «caratteri razziali» alla composizione dei gruppi sanguigni. Per i razzisti biologici la (presunta) purezza del sangue delle «razze ariane» andava protetta dalle contaminazioni di un «immondo ibridismo».
Arrigo Solmi (Ministro di Grazia e Giustizia) celebrava dal canto suo l’unità etnica della nostra nazione ripercorrendone la storia. Dai tempi dell’impero romano, in cui si era consolidato il fondo etnico della popolazione italiana («si era formata una fraternità spirituale, una lingua comune, un costume fondamentalmente uguale, un sistema giuridico uniforme») ai tempi nostri, «la razza, anche aduggiata, rimane intatta». Il popolo italiano pur subendo nel corso dei secoli invasioni e dominazioni aveva in sé sempre le forze di risorgere. “Sorge il fascismo con il suo impeto rivoluzionario e la sua potenza ricostruttrice. (…) La “grande proletaria” diventa in pochi anni la potenza più forte e rispettata d’Europa ed è condotta ai fastigi dell’Impero. (…) Il popolo italiano, sollevato dalle antiche tristezze assume la sua tipica impronta, inequivocabile. Esso rivela la sua indole spirituale, fondata su basi biologiche, nettamente differenziate, e perciò si presenta tra i popoli d’Europa, nella sua massa organica, e nei suoi elementi costitutivi, come un tipo a sé stante, derivato dalla progenie di Roma e rafforzato da nuovi incroci civili, ricco delle tradizioni storiche più gloriose e più remote, forte per la sanità fondamentale dei suoi germi vitali, pronto al più duro e al più geniale lavoro, maturo per le maggiori fortune” .
E’ interessante soffermarsi ancora su un punto: la retorica fascista ha sempre usato in modo strumentale la dottrina cattolica per garantirsi un compromesso con la Chiesa e di conseguenza con il popolo dei fedeli. Il razzismo non voleva essere qualcosa che urtava contro la religione ma cercava invece di nutrirsi di essa e dei suoi insegnamenti per giustificare anche intenti discriminatori e persecutori.
Pure la letteratura, Dante in particolare, era strumentalizzata dalla rivista: nella copertina di ogni numero veniva riportata una frase estrapolata dal V canto del Paradiso («uomini, siate, e non pecore matte, si che l’Giudeo di voi tra voi non rida!»). Il messaggio originario, che Dante rivolgeva ai cristiani per esortarli ad essere uomini e non pecore prive di ragione in modo che il Giudeo, rigido osservatore della legge, non avesse a ridere della loro incostanza, veniva ora proposto agli italiani perché si formassero una coscienza razzista attraverso la lettura di una rivista il cui scopo era quello di divulgare, documentare, fare polemica e “combattere contro le menzogne, le insinuazioni, le deformazioni, le falsità, le stupidità” .

Ma anche gli articoli che riguardavano il razzismo coloniale erano numerosi e ripetitivi nell’affermare i soliti concetti che, nella stragrande maggioranza dei casi, ruotavano intorno all’irriducibile superiorità dei bianchi sui neri e alla pericolosità degli incroci tra razze diverse.