martedì 14 ottobre 2008

Orrori di un paese dilaniato dal dio denaro

da Amnesty International

"Morte per discriminazione": nuovo rapporto di Amnesty International sulla pena capitale in Arabia Saudita
CS133: 14/10/2008

Secondo un nuovo rapporto diffuso oggi da Amnesty International, le autorità dell'Arabia Saudita mettono a morte, in media, più di due persone a settimana. Quasi la metà delle esecuzioni (e si tratta di una percentuale sproporzionata in rapporto alla popolazione locale) riguarda cittadini stranieri provenienti da paesi poveri e in via di sviluppo.

"Avevamo auspicato che le iniziative in materia di diritti umani che il governo saudita si era vantato di avere introdotto negli ultimi anni, avrebbero potuto mettere fine a tutto questo o almeno determinare una significativa riduzione nell'uso della pena di morte. Invece, abbiamo assistito a un forte aumento delle esecuzioni, che hanno luogo al termine di processi segreti e ampiamente iniqui. Una moratoria sulle esecuzioni è più urgente che mai" - ha dichiarato Malcolm Smart, Direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

Nel 2007 le esecuzioni sono state almeno 158, contro le 39 registrate da Amnesty International l'anno prima. Per quanto riguarda il 2008, al 31 agosto il totale era arrivato già a 71. Si teme una nuova ondata di esecuzioni nelle prossime settimane, dopo la fine del mese sacro del Ramadan.

"Il continuo ricorso alla pena di morte da parte delle autorità saudite, si pone in contrasto con la crescente tendenza mondiale verso l'abolizione" - ha proseguito Smart. "Per di più, la pena di morte in Arabia Saudita è applicata in modo sproporzionato e discriminatorio nei confronti di persone povere, tanto lavoratori stranieri quanto cittadini sauditi che non hanno relazioni familiari o altre conoscenze che potrebbero salvarli dall'esecuzione".

Troppo spesso gli imputati, soprattutto lavoratori migranti provenienti da paesi in via di sviluppo dell'Africa e dell'Asia, non hanno un avvocato e non sono in grado di seguire i procedimenti giudiziari che si svolgono in lingua araba. Sia loro che i sauditi messi a morte non hanno denaro né rapporti con persone influenti che potrebbero intervenire in loro favore, come autorità di governo e capi tribù, circostanze entrambe decisive per ottenere la grazia.

"Le procedure al termine delle quali viene inflitta una condanna a morte sono assai dure, quasi completamente segrete e ampiamente inique. I giudici, tutti uomini, hanno un vasto potere discrezionale e possono emettere una sentenza capitale anche per reati non violenti definiti in modo del tutto generico nelle leggi. Alcuni lavoratori migranti sono rimasti all'oscuro della propria condanna a morte fino alla mattina stessa dell'esecuzione" - ha sottolineato Smart.

Le esecuzioni avvengono generalmente in pubblico, mediante decapitazione. In caso di rapina con omicidio della vittima, il corpo del condannato viene crocifisso dopo l'esecuzione.

L'Arabia Saudita è uno dei pochi paesi del mondo a mantenere un alto tasso di esecuzione di donne e a mettere a morte, in violazione del diritto internazionale, persone minorenni al momento del reato.

"È davvero giunto il momento che l'Arabia Saudita affronti il problema della pena di morte e rispetti gli obblighi derivanti dal diritto internazionale. Come membro eletto del Consiglio Onu dei diritti umani, il governo deve fare marcia indietro e rendere conformi agli standard internazionali le proprie procedure legali e giudiziarie, vietare la pena di morte per i minorenni, garantire processi equi, prendere misure per porre fine alla discriminazione e ridimensionare i poteri discrezionali dei giudici nell'uso di questa pena crudele, inumana e degradante" - ha concluso Smart.

FINE DEL COMUNICATO Roma, 14 ottobre 2008

Il rapporto in inglese Affront to justice: death penalty in Saudi Arabia è disponibile on line e presso l'Ufficio stampa di Amnesty International Italia.

Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it

5 commenti:

Anonimo ha detto...

direi che più che il dio denaro è una errata ed estremista interpretazione di allah, quella da cui tutti e non solo l'occidente devono stare attenti.
nunziocrociato

PA ha detto...

Potresti fornire delle argomentazioni a riguardo?

Anonimo ha detto...

x prima cosa bisogna dire che l'arabia saudita è una monarchia islamica di corrente hanbalita wahhabita.
ciò significa in parole povere rispetto integrale delle norme coraniche senza interpretazioni intelletuali o personali che lo aggiornino ai tempi oltre all'ostilità al sufismo.
nunziocrociato

PA ha detto...

Ok, adesso abbiamo un indizio in più. Ma volendo entrare nel vivo della questione: quali norme del Corano - se così è legittimo chiamarle - potrebbero aver ispirato queste discriminazioni?

Anonimo ha detto...

innanzi tutto va detto che: Ancora oggi si segue la Shâri'a come base delle leggi negli Stati islamici (come Yemen, Arabia Saudita, Iran), legge molto dura che prevede la pena di morte in innumerevoli casi e applicata con rigore. Le ineguaglianze fra musulmani e non musulmani nell'applicazione e nella varietà delle pene si spiegano non con considerazioni razziali, ma col criterio religioso che fonda la gerarchia delle persone giuridiche sempre secondo la Shâri'a. Il grado più alto di capacità giuridica e, quindi, di responsabilità davanti alla legge è il musulmano maschio sano di mente e sposato legalmente: la sua vita è protetta con precedenza dal sistema penale. Vengono successivamente la donna musulmana libera e legalmente sposata, lo schiavo musulmano maschio, la donna musulmana schiava e gli infedeli.
I giudici, a seconda della loro idea, possono scegliere se applicare le norme della Shâri'a o privilegiare pene quali prigione o multa; le popolazioni rurali, invece, applicano per i reati sessuali che coinvolgono l'onore della famiglia le arcaiche norme dell''Urf. Le autorità si mostrano più dure quando si tratta di eliminare il vecchio diritto di vendetta che porta con sé inutili versamenti di sangue.

prendo un esempio da un blog islamico http://laspadadellislam.blogspot.com/2007/12/pena-di-morte-contro-i-precetti.html

facciamo un esempio. Ammettiamo che all’interno di un ordinamento islamocratico ci sia stato un omicidio. La Legge prescrive per questo caso un regolare processo che accerti la colpevolezza dell’imputato e la sua sanità mentale. Se l’imputato è sano di mente, egli, avendo violato la prima istituzione sacra dell’Islàm, ha perso il suo equilibrio (datogli mediante la sua precedente sottomissione ad Allàh) e, quindi, la sua dignità di creatura umana. Allàh l’Altissimo ha stabilito la morte come recupero del diritto di accesso al Paradiso, poiché in questo modo l’imputato riacquista la sua dignità originale, e ritorna al suo precedente equilibrio. Infatti, dopo l’esecuzione di tale sentenza prescritta da Allàh, l’imputato, poiché si è sottomesso alla volontà e quindi legge divina, ritorna a Lui in una condizione, in cui ha riacquistato la sua dignità umana iniziale. Pertanto nel Giorno del Giudizio non gli sarà contestato il crimine di lesa maestà, da cui è stato liberato con l’applicazione della Legge divina nella sua esistenza terrena.

nunziocrociato