Visualizzazione post con etichetta fascismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fascismo. Mostra tutti i post

lunedì 15 marzo 2010

Il livello di democrazia in Italia è sempre più basso (grazie all'italiano medio che vota Berlusconi)


Il livello di democrazia in Italia è sempre più basso: lo dichiara il CSM (leggi sul Corriere della sera, per esempio, l'articolo "Csm: le denigrazioni del premier mettono a rischio la democrazia"), confermando un quadro facilmente intelligibile.
Ma quanto ignoranti o cerebrolesi o vandali si può essere per continuare a sostenere questa banda di malavitosi che abbiamo al Governo?
Berlusconi possiede o controlla ormai tutto "lo scibile" che si può acquistare/consumare: dall'informazione alle assicurazioni, dal divertimento di massa all'editoria... I grandi numeri sono tutti sotto il suo controllo, ovvio che l'italiano medio può rimanere intrappolato nel disegno maligno. L'italiano medio non è, come suggerirebbe il termine, una persona di media cultura a livello assoluto. E' una persona decisamente ignorante con una buona dose di disturbi di personalità, letti e rappresentati normalmente in chiave scherzosa o buffa, sia nella cultura di massa che in quella di paese. Ma poi c'è un c...o da ridere quando si reca a votare...
L'italiano medio, come racconta De Sica su Repubblica, non trova rappresentanza in una sinistra troppo difficile da capire ed un po' snob, ma nel cinepanettone permanente che è la politica di Berlusconi & friends.
I cattolici brainwashed delle scuole fasciste o delle parrocchie nazi che leggono tutte le stronzate che Libero ed il Giornale propinano, completano il quadro. Il cerchio facilmente si chiude: sono di più loro e non c'è manifestazione o controinformazione che tenga per cambiare le cose.
Il fascismo ha dato una dura lezione agli italiani, ed è finito formalmente solo 60 anni fa. La sofferenza, la morte, la distruzione che esso ha portato non ha insegnato abbastanza. Gli italiani sono vandali, amano distruggersi e distruggere tutto ciò hanno attorno.
Un laicista direbbe: la notte della ragione. Un cristiano lucido - e polemico - direbbe: l'Anticristo dell'Apocalisse in azione.

mercoledì 2 gennaio 2008

Per non dimenticare: a proposito di propaganda (nell'epoca del fascismo)















[tratto dalla mia tesi triennale di laurea - chi volesse leggerla non ha che da chiedere]

“Questa rivista nasce al momento giusto”
Queste sono le parole con cui iniziava il primo articolo de «La difesa della razza», diretta da Telesio Interlandi, già direttore del «Tevere». Possiamo comprendere il loro significato guardando alla situazione in cui si trovava l’Italia nel 1938, quando la politica fascista era ormai avviata lungo una china totalitaria dittatura tedesca ed la persecuzione contro gli ebrei aveva assunto caratteri di gravità estrema.
Il primo numero della rivista uscì il 5 agosto e sancì definitivamente quanto il «Manifesto del razzismo italiano» aveva sostenuto: il razzismo era una questione biologica. E' importante sottolineare come il direttore della rivista fosse molto vicino a Guido Landra, uno dei dieci studiosi che avevano elaborato il «Manifesto»; Telesio Interlandi, infatti, in un articolo di commento al documento uscito il giorno successivo, ribadiva quella impostazione sottolineando in maniera ancora più energica il nucleo antisemita del «Manifesto» e confermando che il problema ebraico doveva essere preso in esame biologicamente oltre che politicamente. Il primo numero testimonia dunque lo stretto legame esistente tra la nascita della rivista e le vicende del «Manifesto» razzista. Basta pensare che, oltre alla riproduzione dello stesso manifesto in apertura, il periodico ospitava gli articoli di ben otto degli «scienziati» firmatari, cinque dei quali formavano anche il comitato di redazione (Lidio Cipriani, Leone Franzì, Lino Businco, Guido Landra, Marcello Ricci).
Il più noto di questi era Lidio Cipriani (1892-1962), che già da diversi anni si era segnalato – come sappiamo - per le sue teorie sull'inferiorità mentale dei popoli africani, attribuiva a ben precise cause biologiche, trasmesse ereditariamente e quindi non modificabili. Segretario di redazione della rivista dal n. 4 (20 settembre 1938) e fedele collaboratore di Interlandi era Giorgio Almirante (1914-1988), convinto antisemita almeno fino al crepuscolo del regime di Salò.
«La difesa della razza» si propose dunque quell’obiettivo ed il nome della rivista è particolarmente significativo in tal senso, per non parlare delle immagini forti che trasmettevano continuamente messaggi tendenti ad esaltare la razza ariana al fine di conservarla «immune» da inquinamenti biologici.
Gli autori erano lungi dal concordare unanimemente sul significato della parola «razza». Ciò che invece li accomunava era l’idea che le diverse «razze umane», qualunque cosa esse fossero, andassero tenute rigorosamente separate le une dalle altre, per evitare ogni forma di ibridazione (ritenuta deleteria per la salute delle «razze superiori»). Era pertanto indispensabile riuscire a catalogare le razze, evidenziandone i rispettivi tratti distintivi, in modo da creare una sorta di scala gerarchica del genere umano (al cui vertice veniva collocata la suprema razza ariana, o ario-romana). L'impresa della classificazione, di per sé molto tortuosa, era ulteriormente complicata dalla necessità di piegare la teoria alle esigenze dettate dalla politica del momento; ciò costringeva gli autori della rivista a fare notevoli sforzi per dimostrare le presunte affinità biologiche e spirituali tra Italiani e Tedeschi (per non dire tra Italiani e Giapponesi) ed affermare, contemporaneamente, l'incompatibilità razziale tra Italiani e Francesi.
Non sorprende, dunque, che le definizioni di «razza» disseminate qua e là fossero spesso discordanti tra loro: partendo da conclusioni imposte di volta in volta dall’alto, gli scienziati si prefiggevano il compito di costruire ad hoc delle teorie calzanti; la linea editoriale della rivista oscillava inoltre da una teoria all’altra a seconda della fortuna politica goduta in ciascun momento dai vari teorici sempre in lotta tra loro per ottenere l’approvazione di Mussolini. In linea di massima, le correnti teoriche in lizza per conquistare lo statuto di «paradigma dominante», erano tre - corrispondenti ai tre orientamenti precedentemente descritti - anche se non mancavano sporadici tentativi di trovare una sintesi tra i diversi indirizzi.
Pur essendo unite dal proposito di dimostrare che la pura razza (o stirpe) italiana andasse salvaguardata dall’imbastardimento contaminante con le razze inferiori e andasse potenziata in senso eugenetico, le tre correnti divergevano radicalmente quanto alle spiegazioni addotte per giustificare tali obiettivi comuni. È interessante osservare d’altra parte come, quanto più ciascuna corrente si sforzava di trovare prove e argomentazioni a proprio sostegno, tanto più si invischiava in una rete di contraddizioni, di abbagli e di passi falsi che gli esponenti delle altre correnti non mancavano di segnalare. Ne derivava che, per ciascuna definizione di «razza» formulata nei vari articoli, si ritrovava una confutazione della medesima all’interno della stessa rivista.
Sfogliando le pagine della rivista si rimane sconcertati di fronte alla parata di stereotipi razzisti (ce n'è veramente per tutti: ebrei, africani, slavi, «bastardi» – nel senso di «meticci» - ma anche donne, malati di mente, handicappati e «asociali»), supportati da spiegazioni pseudo-antropologiche circa la presunta scientificità del concetto di «razza», e correlata all’idea che fosse possibile fissare una gerarchia delle «razze» e delle «sottorazze».
È difficile stabilire quanto fosse grande l’effettiva influenza de «La difesa della razza» sull’opinione pubblica. Un fascicolo conservato nell’Archivio di Stato di Roma (Ministero della Cultura Popolare) ci informa che la tiratura della rivista passò dalle 140-150.000 copie dei primi numeri alle 19-20.000 copie del periodo luglio-novembre 1940 (delle quali circa 9.000 distribuite come omaggi o per abbonamenti); questo dato suggerisce che – smaltito l’entusiasmo iniziale – «La difesa della razza» cadde un po’ nel dimenticatoio. Si sa, inoltre, che Giuseppe Bottai firmò una circolare ministeriale in cui ne sollecitava l’acquisto e la lettura in tutte le scuole del Regno: ma questi pochi dati sono insufficienti per stabilire se le tesi estremistiche della rivista suscitassero l’approvazione, l’indifferenza o la diffidenza dei lettori. Né si può fare eccessivo affidamento sull’autenticità delle lettere dei lettori (raccolte nella sezione «Questionario» all’interno di ciascun numero), dalle quali emergerebbe che spesso i destinatari della rivista erano ancora più zelanti dei redattori nel denunciare gli effetti del cosiddetto «imbastardimento della razza italiana». Resta comunque il fatto che «La difesa della razza» fu uno dei principali organi dell’antisemitismo e del razzismo fascista, le cui conseguenze sul piano pratico non tardarono a farsi avvertire: già nel novembre del 1938 vennero pubblicate le deliberazioni del Consiglio dei Ministri per escludere gli ebrei dalla vita pubblica e dalla scuola e per espellere gli ebrei stranieri dal territorio italiano.
Il primo numero conteneva gli articoli più significativi. Nel suo editoriale Telesio Interlandi enunciava gli intenti ideologici della nuova rivista: divulgare la dottrina del razzismo biologico, fondato sul valore del sangue (anche se viene fatta qualche concessione al «nazional-razzismo» che esalta il «genio» della razza), polemizzare con «le forze che si oppongono al razzismo italiano» (evidentemente identificate con l’ebraismo) e indicare come si potessero distruggere tali forze occulte.
Nel suo articolo intitolato «Razzismo» l’antropologo Lidio Cipriani esortava gli italiani ad aderire entusiasticamente al razzismo biologico per giungere finalmente a "utilizzare a scopi sociali quanto di meglio sappiamo sulle differenze innate delle razze umane" . Lungi dall’essere una dottrina astrattamente teorica, il razzismo postulato da Cipriani aveva dei risvolti pratici immediati.
L’articolo di Guido Landra, “La razza e le differenze razziali" , attribuiva poi le differenze dei «caratteri razziali» alla composizione dei gruppi sanguigni. Per i razzisti biologici la (presunta) purezza del sangue delle «razze ariane» andava protetta dalle contaminazioni di un «immondo ibridismo».
Arrigo Solmi (Ministro di Grazia e Giustizia) celebrava dal canto suo l’unità etnica della nostra nazione ripercorrendone la storia. Dai tempi dell’impero romano, in cui si era consolidato il fondo etnico della popolazione italiana («si era formata una fraternità spirituale, una lingua comune, un costume fondamentalmente uguale, un sistema giuridico uniforme») ai tempi nostri, «la razza, anche aduggiata, rimane intatta». Il popolo italiano pur subendo nel corso dei secoli invasioni e dominazioni aveva in sé sempre le forze di risorgere. “Sorge il fascismo con il suo impeto rivoluzionario e la sua potenza ricostruttrice. (…) La “grande proletaria” diventa in pochi anni la potenza più forte e rispettata d’Europa ed è condotta ai fastigi dell’Impero. (…) Il popolo italiano, sollevato dalle antiche tristezze assume la sua tipica impronta, inequivocabile. Esso rivela la sua indole spirituale, fondata su basi biologiche, nettamente differenziate, e perciò si presenta tra i popoli d’Europa, nella sua massa organica, e nei suoi elementi costitutivi, come un tipo a sé stante, derivato dalla progenie di Roma e rafforzato da nuovi incroci civili, ricco delle tradizioni storiche più gloriose e più remote, forte per la sanità fondamentale dei suoi germi vitali, pronto al più duro e al più geniale lavoro, maturo per le maggiori fortune” .
E’ interessante soffermarsi ancora su un punto: la retorica fascista ha sempre usato in modo strumentale la dottrina cattolica per garantirsi un compromesso con la Chiesa e di conseguenza con il popolo dei fedeli. Il razzismo non voleva essere qualcosa che urtava contro la religione ma cercava invece di nutrirsi di essa e dei suoi insegnamenti per giustificare anche intenti discriminatori e persecutori.
Pure la letteratura, Dante in particolare, era strumentalizzata dalla rivista: nella copertina di ogni numero veniva riportata una frase estrapolata dal V canto del Paradiso («uomini, siate, e non pecore matte, si che l’Giudeo di voi tra voi non rida!»). Il messaggio originario, che Dante rivolgeva ai cristiani per esortarli ad essere uomini e non pecore prive di ragione in modo che il Giudeo, rigido osservatore della legge, non avesse a ridere della loro incostanza, veniva ora proposto agli italiani perché si formassero una coscienza razzista attraverso la lettura di una rivista il cui scopo era quello di divulgare, documentare, fare polemica e “combattere contro le menzogne, le insinuazioni, le deformazioni, le falsità, le stupidità” .

Ma anche gli articoli che riguardavano il razzismo coloniale erano numerosi e ripetitivi nell’affermare i soliti concetti che, nella stragrande maggioranza dei casi, ruotavano intorno all’irriducibile superiorità dei bianchi sui neri e alla pericolosità degli incroci tra razze diverse.

mercoledì 31 ottobre 2007

La paura non è una virtù cristiana


La scorsa domenica martiri cristiani della guerra civile spagnola sono stati beatificati da Benedetto XVI. Persone che hanno dato la loro vita per la fede. Per non rinnegarla, come avrebbero voluto i loro carnefici. Alcune persone hanno protestato in modo incivile e questo è un gesto veramente triste. Ma perchè, allora come oggi, ci sono persone così ostili alla Chiesa? Troppo semplice e banale accusare costoro di essere posseduti da Satana o di essere dalla parte del torto e basta. Sarebbe più utile chiedersi PERCHE' succedono questi fatti, non in chiave mistico-religiosa, ma piuttosto storico-sociale. Secondo me si capirebbe che è la paura che ha portato molti cristiani, il secolo scorso, ad appoggiare i regimi fascisti e nazisti. Una scelta che inevitabilmente scatenò, allora come oggi, tristi conseguenze*.

*La stragrande maggioranza della Chiesa cattolica salutò la vittoria di Franco come un provvidenziale intervento divino nella storia di Spagna. Nel suo radiomessaggio del 16 aprile 1939, Con inmenso gozo, il papa Pio XII parlò di una vera e propria vittoria "contro i nemici di Gesù Cristo".