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venerdì 16 luglio 2010

Classe dirigente (ringraziamo sempre gli italiani responsabili di questo sfacelo: continuate così!)


Riporto integralmente l'articolo di Marco Travaglio, apparso su http://www.ilfattoquotidiano.it in data odierna.
Non ha bisogno di commenti...

Classe digerente

Ricapitolando. Il premier B. ha due processi per frode fiscale e appropriazione indebita, uno per corruzione giudiziaria e un’indagine per minaccia a corpo dello Stato, senza contare prescrizioni, reati depenalizzati (da lui), amnistie, insufficienze di prove, le archiviazioni per decorrenza termini. Il suo braccio destro Previti è un pregiudicato per due corruzioni giudiziarie. Il suo braccio sinistroDell’Utri è un pregiudicato per false fatture e frode fiscale, poi ha una condanna in appello per mafia, un processo per estorsione mafiosa, uno per calunnia pluriaggravata e un’inchiesta per associazione segreta (la P3). Il suo coordinatore Verdini è indagato per corruzione e P3. Il suo vicecoordinatore Abelli l’hanno appena beccato a prender voti dalla ‘ndrangheta. I suoi ministriMatteoli e Fitto sono a processo, l’uno per favoreggiamento, l’altro per corruzione. Altri due,Bossi e Maroni, già pregiudicati.

Fra i sottosegretari, Letta e Bertolaso sono indagati, Brancher è imputato, Cosentino ha un mandato di cattura per camorra e i pm di Roma stanno valutando la posizione del viceministro della Giustizia Caliendo, detto “Giacomino” dai compari di P3. Questo governo-lombrosario gode della piena fiducia (35 volte in due anni) del Parlamento, e ci mancherebbe: lì siedono 24 pregiudicati e 90 fra imputati, indagati, prescritti e condannati provvisori. Anche al Parlamento europeo ci rappresentano condannati (Patriciello, Borghezio, Bonsignore) e indagati (tipo Mastella). In omaggio al federalismo penale, frequentano assiduamente procure e tribunali un bel po’ di sindaci: dalla Moratti (indagata per smog e abuso) a Tosi e Gentilini (condannati per razzismo), da De Luca (imputato per associazione per delinquere, concussione, truffa, falso) a Cammarata(inquisito per abuso). E sono indagati cinque governatori regionali su 20: Formigoni (smog),Lombardo (mafia e abuso), Scopelliti (imputato per omissione d’atti d’ufficio e di recente beccato a cena col boss), De Filippo (favoreggiamento), Iorio (concussione e abuso). L’ex governatore siciliano Cuffaro, condannato in appello a 7 anni per favoreggiamento mafioso, è imputato per concorso esterno e il pm ha appena chiesto per lui altri 10 anni di galera. I vertici della Protezione civile vagano fra l’ora d’aria e i domiciliari. Indagati pure il cardinale Sepe e un paio di gentiluomini di Sua Santità.

L’erede al trono Vittorio Emanuele di Savoia è imputato per associazione a delinquere. Ottimi anche due presidenti emeriti della Corte costituzionale: Mirabelli era intimo del faccendierePasqualino Lombardi; Baldassarre è indagato per millantato credito. L’ex governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, è sotto processo per l’aggiotaggio delle scalate bancarie. Ben piazzato il Gotha di Confindustria, col gruppo della presidente Marcegaglia che ha patteggiato per corruzione e il padre della Emma, Steno, fresco indagato per smaltimento illegale di rifiuti tossici. Il gruppo Fiat-Agnelli sfila in tribunale con Gabetti e Grande Stevens, la Telecom modelloTronchetti con gli spioni della Security, e poi Fastweb, Parmalat, Finmeccanica, Unipol, Impregilo, Ligresti, Geronzi… Ottime le performance di forze dell’ordine e servizi segreti: il Sismi di Pollari & Pompa alla sbarra per i dossier illeciti; il capo del Dis, De Gennaro, condannato in appello a 16 mesi per istigazione alla falsa testimonianza sui pestaggi del G8, per i quali hanno collezionato 73 condanne fra dirigenti e agenti della Polizia; una dozzina di 007 indagati per i depistaggi sulle stragi; l’ex comandante della Gdf, Speciale, ha rimediato in appello 18 mesi per peculato; il comandante del Ros, generale Ganzer, s’è appena guadagnato 14 anni in primo grado per traffico internazionale di droga, mentre il predecessore Mori è imputato per favoreggiamento aProvenzano e indagato perché ai tempi delle stragi trattava con Cosa Nostra, infatti godono entrambi della “piena fiducia” del governo, e anche del Pd. Ma noi, dico noi miseri incensurati, dove abbiamo sbagliato?

martedì 18 novembre 2008

Quelli della Diaz: le verità negate. La notte nera della democrazia

di Giuseppe D’Avanzo

da Repubblica, 10 novembre 2008

Uno stato che vessa e maltratta le persone private della libertà non è uno Stato democratico. Una polizia che usa la forza non per impedire reati, ma per commetterne, non può essere considerata “forza dell’ordine”. Fatti di questo genere distruggono la credibilità delle istituzioni più di tanti insuccessi dei poteri pubblici”. Valerio Onida, giudice emerito della Corte Costituzionale. Sono parole che bisogna tenere a mente ora che il processo per le violenze della polizia nella scuola “Diaz”, durante i giorni del G8 di Genova, è prossimo alla sentenza.

Il 21 luglio del 2001 è il giorno più tragico del G8 di Genova. È morto Carlo Giuliani in piazza Alimonda in una città distrutta dai black bloc ? che riescono inspiegabilmente a colpire indisturbati e a dileguarsi senza patemi. Per tutto il giorno, Genova è insanguinata dai pestaggi della polizia, dei carabinieri, dei “gruppi scelti” della guardia di finanza contro cittadini inermi, donne, ragazzi, anche anziani, spesso con le braccia alzate verso il cielo e sulla bocca un sorriso.

Ora, più o meno, è mezzanotte. Mark Covell, 33 anni, inglese, giornalista di Indymedia.uk, ozia davanti al cancello della scuola Diaz, diventato un dormitorio dopo che i campeggi sono stati abbandonati per la pioggia. Covell si accorge che la polizia sta “chiudendo” la strada. Avverte subito il pericolo. Estrae l’accredito stampa, lo mostra, lo agita. I poliziotti, che lo raggiungono per primi (sono della Celere, del VII nucleo antisommossa del Reparto Mobile di Roma), lo colpiscono con i “tonfa” o “telescopic baton”, più che un manganello un’arma tradizionale delle arti marziali: rigido e non di caucciù, a forma di croce: “può uccidere”, se ne vanta chi lo usa. Colpiscono Mark senza motivo. Come, senza ragione, un altro poliziotto con lo scudo lo schiaccia ? subito dopo ? contro il cancello mentre un altro, come un indemoniato, lo picchia alle costole. Gli gridano in inglese: “You are black bloc, we kill black bloc” (“Tu sei un black, noi ti uccidiamo”).

Covell cade finalmente a terra. E’ semisvenuto, in posizione fetale. Potrebbe bastare anche se fosse un incubo, ma per Mark il calvario non è ancora finito. Tutti i “celerini” che corrono verso la scuola lo colpiscono a terra con calci (il pestaggio di Covell è ripreso da una videocamera). Covell rimarrà, esanime, circondato dall’indifferenza, in quell’angolo di via Cesare Battisti, al quartiere di Albaro, per oltre venti minuti. Ha una grave emorragia interna, un polmone perforato, il polso spezzato, otto fratture alle costole, dieci denti in meno. Quando si sveglia in ospedale, viene arrestato per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, concorso in detenzione di arma da guerra e associazione a delinquere. (E’ ancora aperta l’indagine per individuare i poliziotti che lo hanno quasi ucciso. L’accusa: tentato omicidio).

Distruggere. Annientare. E’ con questo obiettivo che, dopo aver abbattuto con un blindato Magnum il cancello, le prime tre squadre del Reparto Mobile di Roma (trenta uomini) invadono, a testuggine, il pianoterra della scuola. Arnaldo Cestaro, “un vecchietto”, è sulla destra dell’ingresso. Viene travolto. Lo gettano contro il muro. Lo picchiano con i “tonfa”. Gli spezzano un braccio e una gamba. Ora ci sono urla e baccano. Nella palestra, ai piani superiori ragazzi e ragazze - anche chi si è già infilato nel sacco al pelo per dormire - comprendono che cosa sta accadendo.

Tutti raccolgono le loro cose, il bagaglio leggero che si portano dietro da giorni. Si sistemano con le spalle al muro; chi in ginocchio; chi in piedi; tutti con le braccia alzate in segno di resa; chi ha voglia di un’ultima “provocazione” mostra al più indice e medio a V. Daniel Mc Quillan, quando vede le divise, si alza in piedi e dice: “Noi siamo pacifici, niente violenza”. “Come se fossero un branco di cani impazziti, sono su di lui in un istante e lo colpiscono, lo colpiscono, lo colpiscono?”, dicono i testimoni. La furia dei celerini si scatena contro chiunque e dovunque, irragionevolmente, con furore (si vede uno che mena colpi con una specie di mazza da baseball).

Melanie Jonach racconterà di essere svenuta subito al primo colpo che la raggiunge alla testa. Gli altri, che vedono la bastonatura inflittale, ricordano i suoi occhi aperti ma incrociati, le contrazioni spastiche del corpo. Anche in queste condizioni, continuano a picchiarla e a prenderla a calci. Un ultimo calcio sbatte la sua testa contro un armadio: ora è “aperta” come un melone. Il comandante del VII nucleo, a quel punto, grida “Basta!”. Raggiunge la ragazza. “La tocca con la punta dello stivale. Melanie non dà segni di vita e quello ordina che venga chiamata un’autoambulanza”. (Melanie Jonach ci arriverà in codice rosso con una frattura cranica nella regione temporale sinistra).

Nicola Doherty ancora piange in aula mentre racconta: “Hanno cominciato a picchiarci immediatamente. C’era gente che piangeva e implorava i poliziotti di fermarsi. Anch’io piangevo e chiedevo che la smettessero. Uno mi è venuto vicino e con fare dolce mi ha detto “Poverina!” e mi ha colpito ancora. Sembrava che ci odiassero. Ho visto un poliziotto con un coltello in mano, bloccava le ragazze, i ragazzi e tagliava una ciocca di capelli con il coltello”. Voleva il suo personale trofeo di guerra. Altri continuano a gridare, dopo aver picchiato duro: “Dì, che sei una merda”. Mentre colpiscono gridano: “Frocio!”, “Comunista!”, “Volevate scherzare con la polizia?”, “Nessuno sa che siamo qui e ora vi ammazziamo tutti!”.

Lena Zulkhe, colpita alle spalle e alla testa, cade subito. Le danno calci alla schiena, alle gambe, tra le gambe. “Mentre picchiavano, ho avuto la sensazione che si divertissero”. La trascinano per le scale afferrandola per i capelli e tenendola a faccia in giù. Continuano a picchiarla mentre cade. La rovesciano quasi di peso verso il pianoterra. “Non vedevo niente, soltanto macchie nere. Credo di essere per un attimo svenuta. Ricordo soltanto - ma quanto tempo era passato? - che sono stata gettata su altre due persone, non si sono mossi e io gli ho chiesto se erano vivi. Non hanno risposto, sono stata sdraiata sopra di loro e non riuscivo a muovermi e mi sono accorta che avevo sangue sulla faccia, il braccio destro era inclinato e non riuscivo a muoverlo mentre il sinistro si muoveva ma non ero più in grado di controllarlo. Avevo tantissima paura e pensavo che sicuramente mi avrebbero ammazzata”.

Dei 93 ospiti della “Diaz” arrestati, 82 sono feriti, 63 ricoverati ospedale (tre, le prognosi riservate), 20 subiscono fratture ossee (alle mani e alle costole soprattutto, e poi alla mandibola, agli zigomi, al setto nasale, al cranio).

Che cosa ha provocato questa violenza rabbiosa e omicida? Come è stata possibile pensarla, organizzarla, realizzarla. Il 22 luglio, il portavoce del capo della polizia convoca una conferenza stampa e distribuisce un breve comunicato che vale la pena di ricordare per intero: “Anche a seguito di violenze commesse contro pattuglie della Polizia di Stato nella serata di ieri in via Cesare Battisti, si è deciso, previa informazione all’autorità giudiziaria, di procedere a perquisizione della scuola Diaz che ospitava numerosi giovani tra i quali quelli che avevano bersagliato le pattuglie con lancio di bottiglie e pietre. Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, in gran parte di nazionalità straniera, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. In vari locali dello stabile sono stati sequestrati armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Tutti i 92 giovani sono stati tratti in arresto per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie molotov. All’atto dell’irruzione uno degli occupanti ha colpito con un coltello un agente di Polizia che non ha riportato lesioni perché protetto da un corpetto. Tutti i feriti sono stati condotti per le cure in ospedali cittadini”. Il portavoce mostra anche le due molotov che sarebbero state trovate nell’ingresso della scuola, “nella disponibilità degli occupanti”.

Il processo di Genova ha dimostrato ragionevolmente (e spesso con la qualità della certezza) che nessuna delle circostanze descritte dal portavoce del capo della polizia (capo della polizia era all’epoca Gianni De Gennaro) corrisponde al vero. Quelle accuse sono false, quelle ragioni sono inventate di sana pianta. Si dice che l’assalto (la “perquisizione”) fu organizzato dopo che un corteo di auto e blindati della polizia era stato, poco prima della mezzanotte, assalito in via Cesare Battisti con pietre, bottiglie e bastoni. Il processo ha dimostrato che non c’è stata nessuna pattuglia aggredita. Si dice che gli ospiti della Diaz fossero già feriti, quindi coinvolti negli scontri in città.

Nessuno dei 93 arrestati era ferito prima di essere bastonato dai “celerini”. Poliziotti, comandanti, dirigenti hanno riferito che, mentre entravano nella scuola, c’è stata contro di loro una sassaiola e addirittura il lancio di un maglio spaccapietre. I filmati hanno dimostrato che non fu lanciata alcun sasso e nessun maglio. Il comandante del Reparto Mobile di Roma ha scritto in un verbale che ci fu una vigorosa resistenza da parte di “alcuni degli occupanti, armati di spranghe, bastoni e quant’altro”. Assicura che nella scuola (entra tra i primi) sono stati “abbandonati a terra, numerosi e vari attrezzi atti ad offendere, tipo bastoni, catene e anche un grosso maglio”.

Nella scuola non c’è stata alcuna colluttazione, nessuna resistenza, soltanto un pestaggio. Nessuno degli occupanti ha tentato di uccidere con una coltellata il poliziotto Massimo Nucera. Due perizie dei carabinieri del Ris hanno smentito che lo sbrego nel suo corpetto possa essere il frutto di una coltellata. Nella scuola non c’erano molotov. Come ha testimoniato il vicequestore che le ha sequestrate, quelle due molotov furono ritrovate da lui non nella scuola la notte del 22 luglio, ma sul lungomare di Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente. La prova falsa, manipolata, è stata inspiegabilmente distrutta, durante il processo, nella questura di Genova.

In settimana il tribunale deciderà delle responsabilità personali dei 29 imputati (poliziotti, dirigenti, comandanti, alti funzionari della polizia di Stato) accusati di falso ideologico, abuso di ufficio, arresto illegale e calunnia. Quel che qui conta dire è che la responsabilità non penale, ma tecnico-politica di chi, impotente a fronteggiare i black bloc, si è abbandonato (per vendetta? per frustrazione? con quali ordini e di chi?) a pestaggi ingiustificati e indiscriminati, non può e non deve essere liquidata da questa sentenza. Centinaia di agenti, sottufficiali, ufficiali, dirigenti di polizia, funzionari del Dipartimento di pubblica sicurezza hanno mentito durante le indagini e al processo.

E chi non ha mentito, ha negato, taciuto o dissimulato quel che ha visto e saputo. Dell’assalto alla “Diaz” non inquieta soltanto il massacro di 93 cittadini inermi diventati in una notte “criminali” a cui non si riconosce alcuna garanzia e diritto. Quel che angoscia è anche questo silenzio arrogante, l’omertà indecorosa che manipola prove; costruisce a tavolino colpevoli; nasconde le responsabilità; sfida, senza alcuna lealtà istituzionale, il potere destinato ad accertare i fatti. Le apprensioni di sette anni raddoppiano ora che, decreto dopo decreto, si fa avanti un “diritto di polizia”. Il Paese ha bisogno di sapere se il giuramento alla Costituzione delle forze dell’ordine non sia una impudente finzione. Perché quel che è accaduto a Mark Covell e ai suoi 92 occasionali compagni di sventura rende chiaro, più di qualsiasi riflessione, come uno Stato che si presenta nelle vesti di sbirro e carnefice fa assai presto a diventare uno Stato criminale quando il dissidente, il non conforme, l’altro diventa un “nemico” da annientare.

sabato 15 novembre 2008

Genova 2001: carnefici assolti


E' avvilente sentire le notizie che riguardano i fatti di Genova: i carnefici sono stati assolti, nonostante le prove schiaccianti che li vedevano ultra colpevoli.
Mi sembra di poter dire (ripetere) che il nostro paese sia in una situazione molto grave e molto seria dal punta di vista della giustizia e della democrazia.

http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/g8-genova-4/giudizio-diaz/giudizio-diaz.html

Ripropongo testimonianze varie:
1. TESTIMONIANZE DI GIORNALISTI ITALIANI E DI VARI PAESI PESTATI A SANGUE (ALCUNI FINITI IN COMA). Ma per la giustizia italiana è tutto lecito
2. Castelli: "Non ho visto nessuna violenza" (cieco o... stronzo?)
3. un giovane

martedì 29 luglio 2008

I giudici ciechi di Bolzaneto

L'articolo della Repubblica. Mi trova perfettamente, tristemente d'accordo.

martedì 15 luglio 2008

G8, sentenza choc: "Niente torture a Bolzaneto"

Sulla Stampa di oggi compariva un articolo ben più clamoroso di quello seguente, sulle ingiustizie di chi tra i giudici non ha riconosciuto come torture le atrocità commesse dalla polizia nella caserma di Bolzaneto a Genova nel 2001. Praticamente i pochi condannati, si diceva, non entreranno nemmeno in carcere grazie alla "furbissima" legge sull'indulto.
Veramente scandalosi i giudici e incredibile che sul web quell'articolo non compaia...


da "Repubblica" di oggi

Violenze a Bolzaneto, l´accelerata dei pm per dribblare il decreto "blocca processi" porta a una clamorosa decisione. Solo quindici condanne: "Un verdetto a metà"
di Massimo Calandri e Marco Preve
I pochi reduci presenti in aula scuotono la testa o si abbracciano tra loro. Non bastano i due milioni di euro che dovranno essere versati alle parti civili, a cancellare lo sconforto che li assale dopo al lettura della sentenza. Per il carcere speciale di Bolzaneto, per le violenze e gli abusi subiti da centinaia di detenuti del luglio 2001, il processo si chiude con al condanna di 15 imputati e l´assoluzione di altri 30. I reati riconosciuti dai giudici confermano l´abuso di autorità ma vengono meno i motivi abbietti, la crudeltà, e altri comportamenti vessatori che insieme servivano a disegnare un profilo di ipotetica "tortura" reato non presente nell´ordinamento italiano e che probabilmente è destinato a starne ancora lontano.
Lunedì 14 luglio alle 21.50 c´erano anche altri abbracci nell´aula magna di palazzo di giustizia. Erano gli avvocati di alcuni dei poliziotti, dei medici, o delle guardie penitenziari assolti. Tra i pochi imputati presenti in aula anche l´ispettore Aldo Tarascio, una lunga militanza nel sindacato Cgil che è stato assolto assieme al collega della questura di Genova Franco Valerio per non aver commesso il fatto.
Tra i condannati, alcuni dei principali imputati. Alessandro Perugini che all´epoca era il vice dirigente della Digos è stato condannato ad una pena di due anni e quattro mesi. Stessa pena Anna Poggi, una funzionaria che era la sua più stretta collaboratrice all´interno di Bolzaneto. Per l´ispettore della penitenziaria Biagio Gugliotta la pena più pesante: 5 anni di reclusione. Pesante la pena inflitta anche ad un agente genovese, Massimo Pigozzi, 3 anni e due mesi, per aver letteralmente lacerato la mano ad un fermato divaricandogli le dita.
Tra le posizioni più difficili quella di Giacomo Toccafondi, il medico del Dipartimento penitenziario accusato da più testimoni e imputato per numerosi episodi. Per lui i pm avevano chiesto oltre tre anni, ed è stato invece condannato ad un anno e due mesi. Un altro medico, Aldo Amenta, ha avuto una pena di dieci mesi. Le altre condanne: Daniela Maida, un anno e sei mesi; Matilde Arecco, Natale Parisi, Mario Turco e Paolo Ubaldi, un anno di reclusione ciascuno; Antonello Gaetano, un anno e tre mesi; Barbara Amadei, nove mesi; Alfredo Incoronato, un anno; Giuliano Patrizi, cinque mesi. Assolti tutti i carabinieri, altri agenti della penitenziaria e poi anche i generale della stessa amministrazione Oronzo Doria, per il quale erano stati chiesti tre anni e sei mesi.
«Nella sostanza l´accusa di abuso d´autorità è stato riconosciuta. Inoltre è stata riconosciuta la responsabilità di diversi imputati». Questo il commento a caldo del pm Vittorio Ranieri Miniati. «E´ stato riconosciuto - ha proseguito Miniati, che ha sostenuto l´accusa insieme a Patrizia Petruzziello - che qualcosa di grave nella caserma di Bolzaneto è successo. Il tribunale ha ritenuto di assolvere diversi imputati. Leggeremo la sentenza e valuteremo se fare appello. Complessivamente è un giudizio di soddisfazione a conclusione del processo e dopo un´istruttoria che ci ha impegnato per anni».
Laura Tartarini, avvocato e una delle anime del Genoa Legal Forum: «E´ una sentenza che contiene un evidente messaggio politico. Mettere la gente al muro e obbligarla a dire e urlare viva il Duce o viva Pinochet non è abbietto o futile. Ed è strano, perché questo stesso tribunale ha parlato di futilità giudicando le zuffe degli ultrà del calcio. Ma, evidentemente, i parametri probatori per i poliziotti sono diversi e molto "più alti" di quelli dei normali cittadini».
Sandro Vaccaro difensore del medico Toccafondi: «A Bolzaneto ci sono stati dei reati, è vero, ma erano fatti specifici, non ci sono state sevizie o abusi di ufficio. In altre parole Bolzaneto non era una lager».
La ricostruzione, in 600 pagine, dei fatti accaduti tra il 21 e il 22 luglio
Secondo i pm, ci furono torture. La corte non lo ha riconosciuto



Bolzaneto, il "girone infernale"
dove il diritto era sospeso
Bolzaneto, il "girone infernale" dove il diritto era sospeso
GENOVA - Nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 la caserma di Bolzaneto, dove furono condotte le persone arrestate nei giorni del G8, è stata descritta dai pm "Un girone infernale" e un luogo di tortura fisico e psichico.
Secondo l'accusa sarebbero avvenuti episodi di vera e propria tortura che avrebbero violato la dignità umana e i più significativi diritti alla persona. Anche in infermeria, medici e agenti avrebbero inflitto vessazioni agli arrestati feriti.
I pm, nella loro lunga requisitoria, raccolta in una memoria di 600 pagine, affermarono che nella "caserma di Bolzaneto furono inflitte alle persone fermate almeno quattro delle cinque tecniche di interrogatorio che, secondo la Corte Europea sui diritti dell'uomo, chiamata a pronunciarsi sulla repressione dei tumulti in Irlanda negli Anni Settanta, configurano 'trattamenti inumani e degradanti'".
L'accusa però, non potendo contestare il reato di tortura, che non esiste nel nostro ordinamento, ha scelto di chiedere per i vertici apicali preposti alla struttura l'art.323 (abuso d'ufficio) oltre alla violazione della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, abuso d'autorità nei confronti di persone arrestate o detenute, minacce, ingiurie, lesioni. Il tribunale di Genova, con la sua sentenza, ha evidentemente deciso
I reati contestati saranno tutti prescritti nel 2009, ma le eventuali condanne consentiranno alle parti civili di chiedere un risarcimento o ottenere già oggi una provvisionale, chiesta da tutti i loro legali.
Nel "girone infernale", descritto dai pm, c'erano ragazzi e ragazze picchiati, tenuti ore e ore in piedi con le mani alzate, accompagnati in bagno e lasciati con le porte aperte, insultati, spogliati, derisi e minacciati di guai peggiori, tra cui la sodomizzazione, un salame usato come manganello, una mano divaricata e spezzata.
Le ragazze erano chiamate "troiè, "puttane" come accadde a Sara Bartezaghi a cui agenti dissero anche, ricordando la morte di Carlo Giuliani: "Ne abbiamo ammazzato uno, ne dovevamo ammazzare cento". C'è poi la testimonianza di Massimiliano A.,
36 anni, napoletano, disabile al cento per cento."Gli agenti mi hanno preso in giro - ha raccontato al processo - per la mia bassa statura, insultandomi con 'Nano buono per il circo', 'Nano di merda', 'Nano pedofilo'". Il pm ha ricordato che Massimiliano per un'ora non riuscì a farsi accompagnare in bagno, per cui si fece addosso i suoi bisogni e rimase sporco a lungo perchè gli impedirono di pulirsi.
Un altro episodio riguarda Katia L., minacciata dagli agenti di farle fare la stessa fine di Sole (Maria Soledad Rosas), l'anarchica argentina che si suicidò in carcere dopo la morte del compagno, entrambi arrestati nell'ambito dell'inchiesta sugli attentati contro la Tav in Valle Susa. La ragazza si sentì male e vomitando sangue venne portata in infermeria dove un medico le somministrò dell'ossigeno. Al rifiuto della ragazza di sottoporsi ad una iniezione il medico la liquidò:"Vai pure a morire in cella".
(14 luglio 2008)


http://g82001.altervista.org/
http://www.veritagiustizia.it/comunicati_stampa/a_bolzaneto_una_pagina_nerissima_litalia_e_ancora_una_democrazia.php
http://www.youtube.com/watch?v=cNBHYGenyWQ
http://www.repubblica.it/online/politica/gottododici/pestaggi/pestaggi.html
http://www.repubblica.it/online/politica/gottoventitre/dottoressa/dottoressa.html

lunedì 3 dicembre 2007

Finchè c'è la salute va tutto bene...


Da ilmanifesto di ieri

Sovversione di stato

Gabriele Polo

Un processo da pilotare, scansare, svuotare. Con una serie di false testimonianze rese da rappresentanti dello stato per difendere un'istituzione dello stato. Anche a costo di screditare, svilire, immobilizzare un'altra istituzione dello stato. Il tutto diretto dai massimi vertici di chi dovrebbe garantire la sicurezza dei cittadini e, invece, tutela solo se stesso e il suo potere.
Genova, G8, processo per i fatti della Diaz: quello che pubblichiamo a pagina 3 è il racconto di un tentato sopruso contro il diritto, per coprire la messa in mora del diritto durante due terribili giornate di un'estate di sei anni fa. Le false testimonianze dei dirigenti di polizia su indicazioni dell'allora capo della polizia Gianni De Gennaro (poi promosso a capo di gabinetto del Viminale), il tentativo di smontare l'inchiesta sulla mattanza della Diaz attaccando il magistrato inquirente e la partecipazione a tale disegno dell'attuale capo della polizia, Antonio Manganelli, possono essere letti come una «semplice» difesa di interessi personali o come una «nobile» tutela dell'onorabilità di corpo. Ma probabilmente c'è qualcosa di più profondo e grave.
Sappiamo tutti cos'è stata Genova 2001, nell'evidenza delle violenze e degli abusi. Sappiamo qual è stato il suo senso politico, nell'indiscubilità del dominio che nessuna piazza avrebbe più dovuto contestare. Ma sappiamo meno quale ridefinizione dei poteri dello stato si sia praticata in quei giorni tra piazza Alimonda, la scuola
Diaz e la caserma di Bolzaneto. Ora, l'inchiesta che dovrebbe portare (condizionale d'obbligo) al rinvio a giudizio di Gianni De Gennaro ci aiuta a capire meglio.
L'accusa per De Gennaro è d'istigazione alla falsa testimonianza, cioè una regia tesa a coprire e difendere il sistema costruito dall'ex capo della polizia: una gestione dell'ordine pubblico totalmente svincolata dal controllo della magistratura. Genova,
l'assalto alla Diaz fatto in assenza di alcuna tutela di legge (il magistrato avrebbe dovuto essere come minimo informato), rivelano una sovversione interna allo stato: prima un uso tutto politico - appoggiato dal potere esecutivo - dell'ordine pubblico, poi la polizia che si appropria del potere d'arresto e di persecuzione penale. La rappresentazione esemplare di cosa avrebbe dovuto essere quella struttura centrale di Ps (nata poi nel 2006) costruita a immagine e somiglianza dell'Fbi, il modello americano che bypassa la magistratura tanto caro a De Gennaro, che con gli apparati Usa ha ottimi rapporti. Da qui le bugie («siamo stati attaccati»), le false prove (le molotov «trovate» alla Diaz), le false testimonianze per smontare il processo.
A che punto sia arrivata tale degenerazione lo indicherà la sorte del processo di Genova. Quali argini esistano ancora a una gestione autoritaria e «indipendente» dell'ordine pubblico, quali limiti abbiano i suoi dirigenti, lo dovrebbe dire il governo.
PAGINA 3:
Inchieste G8 Le intercettazioni dei vertici della polizia sulla «notte cilena» di Genova 2001
Così volevano smontare la Diaz Il capo m'ha dato le sue deposizioni, devo aggiustare il tiro sulla stampa. E dopo la deposizione era contento. Bravo, m'ha detto, li hai
hai sbranati Il capo e Manganelli, dicono: non ti preoccupare perché qui dobbiamo fa un'azione comune e rompere il cazzo a sto cazzo di magistrato La deposizione truccata dell'ex questore Colucci. E il ruolo «attivo» dell'ex capo della polizia De Gennaro, dell'attuale Manganelli, del questore di Bari Gratteri e di Luperi, ai vertici del
Sisde Sara Menafra Vertici della polizia contro la procura di Genova. Obiettivo: smontare il processo sui fatti della Diaz, «sbranare», come avrebbe detto De Gennaro, i pm che hanno messo i vertici del Viminale sulla graticola. Il racconto di come, quanto e da chi sia stata cambiata la deposizione dell'ex questore Francesco Colucci, che la procura di Genova considera falsa, narra una storia di imputati e testimoni
uniti dietro una bandiera comune. Che scelgono cosa dire e cosa non dire, cosa smentire e cosa confermare. Sempre, par di capire, sotto le indicazioni dell'ex capo della polizia, accusato di istigazione alla falsa testimonianza. Ma anche - si scopre leggendo l'intero fascicolo, com'è capitato al manifesto - con l'interessamento
dell'attuale direttore, Antonio Manganelli, di Francesco Gratteri, questore a Bari, e Gianni Luperi, appena nominato capo del Dipartimento analisi dell'ex Sisde (gli ultimi due, imputati al processo Diaz).
La storia comincia alla fine dello scorso aprile quando Francesco Colucci, questore di Genova all'epoca del G8, sta per essere chiamato a testimoniare al processo Diaz e telefona all'ex capo della Digos Spartaco Mortola, imputato in quel processo: «Sono stato a Roma, sono tornato ora da Roma e praticamente io il giorno 3 devo venire a Genova - gli dice - Il capo m'ha dato le sue dichiarazioni. Mi ha fatto leggere, poi dice... tu devi, bisogna che tu un po' aggiusti il tiro sulla stampa». Colucci dovrà dire di aver avvertito personalmente il responsabile dell'ufficio stampa del Viminale, senza avvertire De Gennaro. E' un dettaglio che cambia poco nel racconto del processo Diaz, da cui il «capo» non è mai stato sfiorato, ma De Gennaro pare
voler cancellare dalla propria immagine ogni ombra di sospetto, «e vediamo poi Zucca (pm al processo Diaz e autore dell'attuale indagine ndr) come cazzo reagisce, non lo so». Il 3 maggio Colucci si presenta al processo Diaz. Cambia il racconto su Sgalla e butta lì che a dirigere l'intera operazione sarebbe stato il vice questore di Bologna Lorenzo Murgolo, l'unico funzionario presente la cui posizione sia stata archiviata perché, hanno sostenuto i pm, non ebbe alcun ruolo decisivo. E' soddisfatto e, il 4 maggio, richiama Mortola: «Ieri sera ho chiamato Manganelli. Dico: Guarda Antò... sei stato bravo, è andato tutto molto bene, ce l'hanno detto gli avvocati», Mortola è soddisfatto: «Sì, no, perché poi c'è lì... tu lo sai che c'è sempre la dottoressa De Meo, una funzionaria dello Sco che va a sentirsi tutte le udienze. La mandano su, registra tutto al computer e fa ogni volta...»; Colucci prosegue: «Se il capo vuole maggiori ragguagli, gli ho detto... se vuole sapere qualcosa io sono qua, che devo fare, vengo a Roma?. Poi stamattina m'ha chiamato
il capo. Dice li hai, li hai maltrattati una cosa del genere. Li hai.. li hai... gli hai fatto la..., come ha detto, li hai... e no sbranati, li hai... va be insomma, una frase ha detto. In senso positivo, chiaramente. Che era contento eccetera. Ho saputo da Ferri...che anche Caldarozzi e Gratteri sono stati contenti, diciamo, di questa... Luperi è rimasto contento. D'altra parte è uno scenario nuovo si è aperto per colpa mia diciamo». Il 7 maggio a telefonare è Francesco Gratteri: «E' che volevamo farti
un saluto con Gilberto (Caldarozzi, all'epoca vicecapo dello Sco, indagato ndr). Quando si dicono le cose e si dicono come giustamente e correttamente le hai dette tu allora è doveroso, diciamo, da parte nostra insomma rendere omaggio, come posso dire, alle persone per bene. Ti siamo... vicini e riconoscenti...» Colucci ringrazia e
aggiunge: «Lui (il pm ndr) secondo me c'ha preso uno schiaffone da Manganelli. Ce n'ha preso un altro da me». E Gratteri soddisfatto: «Ma diciamo anche due».
Gianni Luperi, invece, chiama Mortola. E gli assicura, che a questo punto, verrà anche il capo a testimoniare. «Luperi dice che si riferisce al Capo (Gianni De Gennaro ndr)- dice il riassunto della pg - in merito aggiunge di aver appena finito di parlarci e che questi gli ha consigliato di adottare una linea comune in modo che lui venga interrogato da tutti i difensori. Diversamente potrebbe apparire che
la sua deposizione serva solo per alcuni». Il passo successivo sarebbe toccare la posizione di Murgolo. «Quello andrebbe inculato», promette in un'altra intercettazione, Alessandro Perugini, l'ex vicecapo della Digos. L'allegria di Colucci, che si vanta di aver «scardinato» il processo in più intercettazioni, dura per giorni. E il suo continuo parlare della soddisfazione del capo sembra tanto più credibile, perché l'ex questore di Genova non è uomo che abbia bisogno di accreditarsi. E' già in lista per la nomina a prefetto, tra qualche anno andrà in
pensione ed è «tra i nove più alti dirigenti della Ps», come ha confermato a verbale De Gennaro. L'11 maggio, lo chiama Achille Serra, ex prefetto di Roma e oggi commissario anticorruzione: «Hai salvato quel maiale schifoso, dice che De Gennaro ti ha ringraziato», ma la sua protesta si perde in un mare di felicitazioni.
Il cielo si fa improvvisamente scuro solo il 22 maggio, quando Coluccci riceve un avviso di garanzia di cui nessuno aveva avuto sentore. Il Viminale, il manifesto l'ha spiegato martedì scorso, la prende malissimo. Il 23 è Gianni Luperi a chiamare Colucci, «dice di essere dispiaciuto per Colucci e che appena rientra lo chiama poi
dice che comunque è una battaglia in cui alla fine si vedrà chi ha ragione». E il 24, dice Colucci, Manganelli lo incita: «Dobbiamo dargli una bella botta a sto magistrato, dice». Non sembra essere una frase di solidarietà detta a caldo, come ha commentato martedì sera il direttore della Ps. Il 25, dopo un nuovo incontro, infatti Colucci sembra essere certo degli appoggi garantiti: «C'erano il Capo con
Manganelli, dice guarda non ti preoccupare perché qui dobbiamo fa un'azione comune ... e rompere il cazzo a sto cazzo di magistrato». Che il castello costruito potrebbe non reggere, Colucci inizia a sospettarlo solo il 28 maggio: «Va a finì che tutto il resto passa in prescrizione, alla fine io rimango col carciofo in mano insomma (ndr.
nel senso che teme di essere condannato per la falsa testimonianza)». E pensa di giocarsi il tutto per tutto. Come andrà a finire, se ci sarà un rinvio a giudizio oppure no, lo sapremo solo entro la fine del 2007. Quel che sappiamo già oggi è che difficilmente vedremo cambiare strategia ai protagonisti di questa vicenda: «Io ho scoperto una cosa che i processi non si vincono o si perdono in tribunale , ma
si vincono e si perdono fuori dal tribunale...». De Gennaro
«Nessuna pressione su Colucci»
s.pi.
Genova
«Preciso che non ho diretto, né comunicato, né indotto il Colucci in alcun modo a rivedere il contenuto della sua testimonianza imminente in alcune delle sue parti». Il 14 luglio 2007 a Genova arriva il capo dell'ufficio del gabinetto del ministero dell'Interno, Gianni De Gennaro. I pm genovesi lo convocano per interrogarlo, in quanto persona sottoposta a indagini. De Gennaro è accusato di istigazione alla falsa testimonianza nei confronti dell'ex questore di Genova, Colucci. L'ex capo decide di rispondere ai magistrati e si difende, negando ogni addebito. Le contestazioni dei pm si basano su intercettazioni intercorse per lo più tra Colucci e Mortola, tra Luperi e Mortola e tra Colucci e persone non identificate, nelle quali De Gennaro viene tirato in ballo. In primo luogo l'ex capo della polizia nega di aver chiamato Sgalla, sconfessando la telefonata di Colucci a Mortola nella quale l'ex questore di Genova annunciava la propria deposizione: «Il capo ha praticamente fatto marcia indietro e invece io devo rivedere un po' il discorso di quello che ho dichiarato io di Sgalla». De Gennaro risponde all'accusa, confermando quanto aveva già affermato in
precedenza: «Per quanto riguarda la circostanza dell'avviso al dottor Sgalla di recarsi presso la scuola oggetto di intervento, voglio precisare che egli dipende non dal capo della polizia bensì dal capo del dipartimento di pubblica sicurezza. Non avevo alcun motivo di dire "chiama la stampa"».
De Gennaro durante l'interrogatorio ci tiene a fare una premessa: Colucci è uno dei più importanti dirigenti della Polizia italiana, uno dei vertici amministrativi. Per questo motivo, spiega, negli ultimi sei anni i due si sono sentiti e frequentati assiduamente. Poi entrambi sono convocati a Genova, come testimoni nel processo Diaz:
«Nel corso di una breve e fugace conversazione sul dibattimento in questione ci siamo scambiati alcune impressioni su ciò che eravamo chiamati a riferire, nell'ottica di una ricostruzione dei fatti che, nel nostro auspicio, doveva avere come fine la verità». Poco dopo ricorda «di aver fatto con lui (Colucci, ndr) alcuni commenti circa la sua deposizione», ma nega di averlo ringraziato nel modo esplicito riportato da Colucci in una delle sue tante telefonate: «Posso avere espresso un generale compiacimento a commento dell'avanzamento verso una ricostruzione dei fatti improntata alla verità». Incontri ci sono stati, telefonate no; i riferimenti a De Gennaro arrivano sempre da Colucci. Per De Gennaro, però, l'ex questore di Genova «esprime sue valutazioni personali o stati d'animo».
La «prova falsa» che giustificò la Diaz, un artificiere capro espiatorio e 'inchiesta dei pm
La vendetta delle molotov scomparse
Simone Pieranni
«Quelli della Digos avevano detto "ah ce le riprendiamo"». Marcellino Melis, responsabile del nucleo artificieri della Digos genovese, mentre attende una chiamata, parla con un suo collega delle bottiglie molotov scomparse. Ricorda la loro presenza dentro un sacchetto. E conclude: «Però non lo posso dire al magistrato». E infatti Melis, ascoltato dal pool di pm che indagano, contro ignoti, sulla sparizione delle molotov della Diaz, non dice niente. Per questo, alla luce delle intercettazioni in possesso della magistratura, è l'unico iscritto nel registro degli indagati, per false dichiarazioni ai pubblici ministeri. Tutto inizia il 17 gennaio 2007: i difensori dei poliziotti a giudizio chiedono di poter vedere le famose molotov affinché siano convalidati gli eventuali riconoscimenti in aula. Le bottiglie però non si trovano più. Il presidente Barone decide che varranno i riconoscimenti fotografici, ma la tensione sale. Parte un'indagine interna alla questura di Genova, chiusa in fretta e furia in pochi giorni. De Gennaro, allora capo, manda a indagare nel capoluogo ligure Giuseppe Maddalena, dirigente di polizia e direttore interregionale per il Piemonte, Liguria e Val D'Aosta. La conclusione è tra il laconico e il fatalista: le bottiglie devono essere state distrutte per sbaglio. Viene fornita la cronistoria della loro esistenza: il 6 agosto 2001 le molotov sono repertate all'interno del fascicolo contro i 93 manifestanti pestati e poi arrestati alla Diaz; il 16 agosto le prende in consegna l'artificiere Melis e le porta in
questura: è la prassi per il materiale ritenuto potenzialmente pericoloso; il 28 agosto vengono portate alla polizia scientifica: i tecnici devono effettuare i rilievi per le impronte digitali; il 10 settembre 2001 la scientifica trasmette i rilievi a Dominici, dirigente della squadra mobile di Genova, che li invia alla Procura; tra il 9 e il 14 settembre 2001, per ordine del procuratore capo di
Genova, Francesco Lalla, presso lo stadio Carlini viene fatto brillare materiale esplodente di varia natura. Poi il nulla. Nel documento della questura genovese si lascia intendere che le due bottiglie molotov potrebbero essere state distrutte per errore, indicando il nome dell'artificiere, tale Marcellino Melis, come probabile sbadato del caso. Quest'ultimo, in realtà, nelle sue consuete relazioni sulle sue attività, annota tutto in modo molto preciso: è stato anche ascoltato nel procedimento contro i 25 manifestanti condotto dai pm Canepa e Canciani. Durante la sua deposizione Melis è stato preciso nello spiegare le procedure, la documentazione fotografica con le quali solitamente si procede alla distruzione dei reperti. Inoltre gli artificieri ricevono un indennizzo quando distruggono, previa autorizzazione, prove processuali. Nel caso delle due molotov della Diaz, invece, nessuna nota, nessuna foto e nessun indennizzo. Le bottiglie, riconosciute come prova falsa solo nel giugno 2002, quando si scoprì che anziché essere rinvenute alla Diaz erano state
ritrovate in corso Italia, risultano evaporate. Ne parla perfino l'inglese Bbc, ma il caso non si risolve. L'inchiesta interna della questura genovese risulta affrettata e allora la procura apre un fascicolo contro ignoti e comincia ad ascoltare tutti gli
artificieri, gli uomini della Digos di Genova e chiunque, anche in passato, avesse potuto avere a che fare con le bottiglie: l'ipotesi della distruzione dolosa accidentale non convince i pm. In mezzo alle intercettazioni e alle indagini sul caso ci finiscono proprio Mortola, Colucci e De Gennaro.

sabato 24 novembre 2007

Per non dimenticare: lettera di un gen* (Genova 2001)






Conosco bene i "gen", ovvero i ragazzi del Movimento dei Focolari, lo son stato anch'io. Per questo pubblico volentieri la lettera di uno di loro, che ci ricorda con rammarico una parentesi molto triste della storia italiana recente.
Fini aveva dichiarato:"A genova voglio il pugno di ferro". E così fu...


"Così ricevo e così inoltro.
come spunto di riflessione e senza polemiche.
per chi ha avuto la sfortuna di vivere quei giorni, come me e Sara, ma almeno ha la fortuna di saper davvero quello che è successo. e chissà se è davvero una fortuna.
e per chi non c'era e necessita di una testimonianza di quei giorni terribili.
per non dimenticare. in un paese il nostro che dimentica presto, riflette poco, non s'indigna mai abbastanza, dove i soprusi sono all'ordine del giorno così come le conseguenti impunità.
perchè quei giorni, e a livello globale poi quello che accadde altrove un paio di mesi dopo, hanno segnato una forte frenata alle spinte di cambiamento verso un'italia e un mondo migliore, di pace, sviluppo e cooperazione che si potevano sognare con la fine dei blocchi contrapposti.
bisogna continuare, nonostante le amarezze, nonostante tutto.
andrea

> Mia figlia Sara è stata indagata (insieme ai 93 della Diaz) a partire dal 21
> luglio del 2001 e fino al mese di Febbraio del 2004 per associazione a
> delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio. Lo stesso reato per
> il quale oggi a Genova sono stati chiesti 224 anni e mezzo di carcere nel
> processo in corso a carico di 25 manifestanti.
>
> Se non si fossero trovate le prove del falso accoltellamento, delle false
> molotov (poi scomparse) della falsa sassaiola, dei falsi picconi, forse oggi
> Sara e i 93 della Diaz sarebbero insieme ai 25 manifestanti.
>
> Sono davvero sconcertata per l'evidente uso di due pesi e due misure, da una
> parte 224 anni e mezzo di carcere per 25 manifestanti accusati (come lo sono
> stati a lungo i 93 della Diaz) di far parte del black-bloc, dall'altra
> nessun indagato per il massacro alla Diaz. Perché non è stato possibile, non
> si è voluto, trovare coloro che fisicamente hanno ridotto in fin di vita
> almeno tre persone, ferito oltre 80 dei manifestanti presenti nella scuola.
> Non erano riconoscibili perché travisati, ci è stato detto.
>
> Gli imputati sono quelli che hanno firmato il verbale di perquisizione, uno
> dei quali rimasto sconosciuto, quelli che hanno partecipato alla costruzione
> dei falsi, loro non rischiano niente. Nessuno di loro è stato sospeso, molti
> promossi, insieme ai responsabili delle torture a Bolzaneto. La prescrizione
> si avvicina, l'indulto aiuta, nessuna pena verrà da loro scontata per aver
> rovinato la vita a 93 persone alla Diaz e ad oltre 200 a Bolzaneto.
>
> Nessuno è indagato per le violenze consumate nella caserma di Forte San
> Giuliano, nessuno per le violenze perpetrate nelle strade e nelle piazze e
> documentate dalle migliaia di testimonianze video che tutti noi abbiamo
> visto. Nessuno per la morte di Carlo Giuliani.
>
> Quale messaggio dietro a questa evidente disparità di trattamento? Che
> sfasciare una vetrina o un bancomat, aver partecipato ad un corteo
> autorizzato ed illegalmente e ripetutamente attaccato come in via Tolemaide,
> può costare una decina di anni di galera, mentre l'aver sparato ad altezza
> d'uomo, l'aver massacrato o torturato centinaia di persone si risolverà con
> un nulla di fatto?
>
> Se le richieste dei PM verranno accolte avremo 25 persone che pagheranno con
> anni di galera le colpe di tutti quelli che hanno permesso, voluto, che le
> manifestazioni anti-G8 del luglio del 2001 si trasformassero in una trappola
> per centinaia di migliaia di manifestanti.
>
> Chi avrebbe dovuto tutelare il diritto a manifestare si è rivelato incapace
> di gestire l'ordine pubblico ed ha permesso, autorizzato la più grande
> violazione dei diritti umani in un paese occidentale dal dopoguerra, come
> denunciato da Amnesty International.
>
> Enrica

Collegamenti:
http://www.youtube.com/watch?v=T89vCb1a71g
http://g82001.altervista.org/testimonianze20.htm
http://isole.ecn.org/filiarmonici/genova-2001-episodi.html
http://www.pressante.com/index.php?option=com_content&task=view&id=536&Itemid=32
http://it.wikipedia.org/wiki/Fatti_del_G8_di_Genova#L.27assalto_alla_scuola_Diaz